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mercoledì 10 luglio 2019

UNA CITAZIONE FUORI CONTESTO






POLEMICHE INCROCIATE

«I Pfas, secondo quanto verificato dall’Arpav, arrivano nelle falde a causa del percolamento delle acque superficiali e dal sito inquinato in cui c’è Miteni», afferma Boscagin. Finiscono anche nei depuratori del Vicentino, i cui reflui vanno nel «tubo» che li porta fino a Cologna Veneta, dove li scarica nel Fratta-Gorzone. Proprio per quanto riguarda il collettore, la Regione aveva recentemente concesso un’autorizzazione allo scarico che prevedeva un percorso di riduzione degli inquinanti da concludere nel 2020. La settimana scorsa, però, il ministero ha imposto che da subito il limite massimo degli inquinanti sia quello vigente per le acque potabili. «Ãˆ una follia», commenta Antonio Mondardo, presidente del consorzio Arica, che gestisce il sistema depuratori-collettore. Secondo Mondardo, leghista di Cologna e poi trasferitosi nel Vicentino, l’attuazione di questi limiti «non è attuabile se non chiudendo decine, se non centinaia, di aziende».

Questo è il testo pubblicato, dall’Arena a firma Luca Fiorin, da noi citato nel precedente post "Pericolo di chiusura di decine o centinaia di concerie a detta di Mondardo". In esso si riporta la richiesta del Ministero dell’Ambiente di adottare da subito il limite massimo relativamente agli scarichi del dotto A.Ri.C.A. 

Ci siamo accorti, ad una più attenta lettura, che il testo pubblicato, riemerso dal mare magnum di internet, era datato 28 luglio 2016. Una svista da parte nostra che pone le dichiarazioni del presidente pro tempore del consorzio A.Ri.C.A. fuori contesto e che si prestano pertanto ad altre interpretazioni. Giuste dunque le sue lagnanze nei nostri confronti. Ce ne scusiamo con il signor Mondardo, come da lui richiesto, e ritiriamo il post nel quale lo stesso era stato menzionato.   

Detto ciò, abbiamo cercato, senza esito, nel sito del consorzio A.Ri.C.A. i report semestrali previsti dal cronoprogramma.

Riteniamo che il consorzio abbia puntualmente adottato tutti i provvedimenti previsti dal cronoprogramma e attendiamo la conferma di ciò dalla pubblicazione dei suddetti report semestrali per scusarci, ancora una volta, di avere dubitato della puntualissima adesione del consorzio ai dettati del decreto regionale e del Tribunale delle acque.

 Abbiamo anche cercato, a Canove e nell’area del depuratore di Arzignano, i filtri che avrebbero dovuto essere installati sui pozzi di approvvigionamento idrico autonomo aziendali entro la scadenza del settembre 2017 come recita testualmente l’articolo 3 del cronoprogramma che riportiamo. 
  
“(3) Installazione sui pozzi di approvvigionamento idrico autonomo aziendali di sistemi di abbattimento con filtri a carboni attivi, in modo tale da consentire un bilancio ambientale positivo caratterizzato dalla depurazione dell’acqua di falda e dall’impedire al contempo il potenziale trasferimento dell’impatto al collettore Arica e conseguentemente ai corsi d’acqua superficiali (scadenza settembre2017).”

Probabilmente abbiamo cercato male e i grandi filtri sono sfuggiti alla nostra attenzione. Tuttavia non abbiamo dubbi che essi esistano e che l’acqua che arriva alle aziende del distretto sia limpida ed esente da PFAS. Anche di questo sospetto chiediamo scusa al sig. Mondardo, augurandoci maggiore fortuna quando andremo a cercare i filtri una seconda volta. 

Giovanni Fazio

venerdì 28 giugno 2019

IL CALDO AVANZA E L'ACQUA DA BERE NEL VENETO STA FINENDO MENTRE I FILTRI NON CI GARANTISCONO DA TUTTI I PFAS






E' BENE CHE TUTTI PRENDANO ATTO CHE, CONTINUANDO COSI', I PRIMI A SOCCOMBERE SARANNO I NOSTRI FIGLI



Riportiamo di seguito un articolo di Enrico Marro pubblicato ieri, 27 giugno sul Sole 24 ore. La lettura di questo pezzo è raccapricciante e descrive quanto sta per accadere nel pianeta in cui viviamo entro pochi anni. 

Mi auguro che le persone intelligenti, che di solito non leggono il mio blog, leggano almeno quanto scrive l’oracolo di Confindustria.

In questi giorni l’Italia è avvinta in un dibattito surreale sullo sbarco o meno di 48 disperati, raccolti su una nave da una capitana coraggiosa. Ebbene, non è questo il problema: se continueremo a vivere come stiamo facendo, tra non molti anni i profughi dalle terre inabitabili saranno, secondo le stime degli scienziati, 2 miliardi. Ma la vera notizia non è ancora questa: tra i profughi ci saremo tutti noi, o almeno i nostri figli e sicuramente i bimbetti che vediamo correre, ignari di tutto, al parco giochi. Infatti tra le terre inabitabili e desertificate ci saranno quelle che si affacciano sul Mediterraneo.
In questi giorni il caldo lo state già sentendo; ma questo è niente  in confronto a quanto avverrà nei prossimi anni.
Buona lettura e buona fortuna.

Giovanni Fazio

 
Vicenza 20 maggio 2019 studenti manifestano per il Friday for Future

“Così nel 2050 la civiltà umana collasserà per il climate change»
Un’allarmante analisi dei ricercatori del National Center for Climate Restoration australiano delinea uno scenario in cui entro il 2050 il riscaldamento globale supererà i tre gradi centigradi, innescando alterazioni fatali dell'ecosistema globale e colossali migrazioni da almeno un miliardo di persone. Ecco cosa potrebbe avvenire anno dopo anno
Climate change, cosa succede se non fermiamo il riscaldamento globale
3' di lettura
Un decennio perduto. Tra il 2020 e il 2030 i policy-maker mondiali sottovalutano clamorosamente i rischi del climate change, perdendo l’ultima occasione per mobilitare tutte le risorse tecnologiche ed economiche disponibili verso un unico obiettivo: costruire un’economia a zero emissioni cercando di abbattere i livelli di CO2, per avere una possibilità realistica di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei due gradi. L’ultima occasione viene clamorosamente bruciata.
Il risultato è che nel 2030, come avevano ammonito tredici anni prima gli scienziati Yangyang Xu e Veerabhadran Ramanthan in una pubblicazione scientifica che aveva fatto discutere, le emissioni di anidride carbonica raggiungono livelli mai visti negli ultimi due milioni di anni.

 Nel ventennio successivo si tenta di porre rimedio alla situazione, ma è troppo tardi: nel 2050 il riscaldamento globale raggiunge tre gradi, di cui 2,4 legati alle emissioni e 0,6 al cosiddetto “carbon feedback”, la reazione negativa del pianeta al riscaldamento globale.
L’anno 2050 rappresenta l’inizio della fine. Buona parte degli ecosistemi terrestri collassano, dall’Artico all’Amazzonia alla Barriera corallina. Il 35% della superficie terrestre, dove vive il 55% della popolazione mondiale, viene investita per almeno 20 giorni l’anno da ondate di calore letali.
 Il 30% della superficie terrestre diventa arida: Mediterraneo, Asia occidentale, Medio Oriente, Australia interna e sud-ovest degli Stati Uniti diventano inabitabili.  

Una crisi idrica colossale investe circa due miliardi di persone, mentre l’agricoltura globale implode, con raccolti crollati del 20% e prezzi alle stelle, portando ad almeno un miliardo di “profughi climatici”. Guerre e carestie portano a una probabile fine della cività umana così come la intendiamo oggi.
Solo un romanzo di fantaecologia? Purtoppo no: quello che abbiamo letto qui sopra è uno studio scientifico ben documentato dei ricercatori del National Center for Climate Restoration australiano, guidati da David Spratt e Ian Dunlop, dal sinistro titolo “Existential climate-related security risk”.
L’ipotesi dello studio è che esistano rischi di riscaldamento globale non calcolati dagli Accordi di Parigi e in grado di porre “rischi esistenziali” alla civiltà umana. Le ipotesi di climate change delineate nel 2015 dagli Accordi di Parigi, pari a un aumento di tre gradi entro il 2100, non tengono infatti conto del meccanismo di “long term carbon feedback” con cui il pianeta tende ad amplificare i mutamenti climatici in senso negativo, quindi portaando a un ulteriore aumento della temperatura.”
27 giugno 2019