NIENTE LIMITI ALLE
EMISSIONI DEI BOVINI
LA STRETTA UE
AFFONDATA DAGLI INTERESSI DI SETTORE
Un
durissimo scontro è in atto tra la Commissione Europea e le associazioni degli allevatori.
Gli interessi dei produttori hanno la meglio sul bisogno di salvare il pianeta
dalle conseguenze delle emissioni di metano e altri gas in atmosfera.
“L’Agenzia Europea per
l’Ambiente stima che l’agricoltura europea sia responsabile del 56% delle
emissioni di metano e del 94% di quelle di ammoniaca, in gran
parte imputabili alla zootecnia” ribatte Federica Ferrario, ricordando
che “le emissioni di ammoniaca e di ossidi di azoto provenienti dagli allevamenti
intensivi, concorrono alla formazione del particolato fine (PM) che si
stima causi più di 300mila morti premature all’anno in Europa”.
È bene
che tutti riflettano su queste problematiche che sono alla base della
sopravvivenza del genere umano e di moltissime altre specie di animali e di
piante. La cieca difesa del profitto ad ogni costo, senza la minima riflessione
su quanto sta già avvenendo sotto i nostri occhi.
Le lobby
hanno i loro uomini infiltrati dentro il Parlamento Europeo e nelle varie
commissioni. I media non ci informano quasi mai di quanto avviene nelle segrete
stanze di Bruxelles. Eppure è proprio lì che si decide il nostro destino e
quello dei nostri figli.
Per
questo sottopongo alla vostra massima attenzione la lettura di un ottimo
articolo di Luisiana Gaita, pubblicato sul “Il Fatto Alimentare” il 2
maggio del 2023.
Giovanni
Fazio
Per ora niente limiti alle emissioni che arrivano
dalle stalle dei bovini in Europa, come invece chiedeva la Commissione
europea.
Sembrerebbe la conferma dello status quo, ma quello
appena vinto dalle organizzazioni e dalle aziende del settore
zootecnico è solo un round della battaglia in cui si è trasformata la
revisione della direttiva sulle emissioni industriali.
La normativa stabilisce quali siano i criteri perché un
impianto, allevamenti compresi, debba essere ritenuto altamente
inquinante e, quindi, rispettare obblighi e vincoli più stringenti.
Per capire quanto forti siano gli interessi in gioco e
quanto sia alta la tensione basta ricordare che, a novembre scorso, il segretario
generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, è arrivato a dare del “gran
cornuto” a Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione
Europea, per il testo di revisione presentato un anno fa.
Ad aprile 2022, infatti, Bruxelles ha proposto di
includere anche gli allevamenti di bovini tra quelli soggetti alle regole della
direttiva.
Attualmente ricadono nel campo di applicazione della normativa (e
devono ottenere specifiche autorizzazioni dalle autorità nazionali) solo gli
allevamenti di suini con più di 2mila capi o 750scrofe e quelli di pollame
con più di 40mila capi.
La proposta abbassava dimolto anche queste soglie. A marzo
2023, il Consiglio dei ministri dell’Ambiente ha approvato un testo di compromesso.
Pochi giorni fa, poi, l’ultimo atto.
Gli eurodeputati della Commissione Agricoltura (Comagri) hanno
bocciato la principale novità che Bruxelles voleva introdurre,
proponendo che i bovini rimanessero esclusi dagli obblighi della
direttiva.
Il parere, che confluirà nel rapporto
principale dell’Europarlamento affidato al Popolare bulgaro Radan
Kanev della commissione Ambiente, è stato approvato con 36 voti a favore, 8
contrari e 2 astenuti. Ma la strada per l’approvazione definitiva è ancora lunga.
La Commissione
prova a cambiare lo status quo
La proposta originaria della
Commissione partiva dal fatto che, ad oggi, solo una piccola parte degli
allevamenti intensivi devono richiedere permessi specifici, come la
Valutazione di impatto ambientale o comunicare le emissioni annuali di gas
inquinanti come ammoniaca e metano, ma questi impianti ricoprono
solo il 18% delle emissioni di ammoniaca e il 3% di quelle di metano europee.
Da qui la proposta di
Bruxelles di applicare una nuova soglia che valesse anche per i bovini e in
base alla quale sarebbero stati soggetti agli obblighi che la
direttiva prevede per le industrie inquinanti tutti gli allevamenti
con almeno 150 Unità di bestiame adulto (Uba):
significa 150 bovini adulti o
375 vitelli, 500 suini o 300 scrofe e 10mila galline ovaiole. “Secondo le stime
della stessa Commissione questa modifica avrebbe permesso di intercettare il
60% delle emissioni di ammoniaca e il 43% di quelle di metano, coinvolgendo il
10% degli allevamenti bovini, il 18% di quelli suini e il 15% di quelli
di pollame” spiega a ilfattoquotidiano.it Federica Ferrario,
responsabile della campagna Agricoltura di Greenpeace Italia.
Già per arrivare a questo
testo, la Commissione (che inizialmente puntava alle 100 unità di bestiame
adulto) aveva dovuto superare i veti incrociati delle lobby agricole.
Il testo di
compromesso
A marzo 2023, però, si è
abbassata ulteriormente l’asticella. “Il Consiglio dei ministri
dell’Ambiente ha approvato, con il voto contrario dell’Italia e del
ministro Gilberto Pichetto Fratin – aggiunge Federica Ferrario – la
proposta di modifiche della IED, ma con alcune modifiche rispetto al
testo della Commissione”. Pur lasciando l’inclusione dei bovini proposta da
Bruxelles, i ministri hanno alzato la soglia di unità di bestiame adulto
precedentemente stabilita: non più 150, ma 350 unità di bestiame adulto.
Significa 350 bovini (stessa soglia per gli allevamenti misti), 875 maiali e
700 scrofe. Per il pollame la soglia è di circa 21.500 galline ovaiole o
polli. Questo significa far rientrare meno allevamenti tra quelli
considerati altamente inquinanti, eppure le reazioni non si sono fatte
attendere.
Di “disastro” ha parlato Massimiliano
Giansanti, presidente di Confagricoltura, mentre per Copa e Cogeca,
le associazioni che rappresentano circa 22 milioni di agricoltori europei
“l’approccio a soglia proposto inizialmente dalla Commissione europea è
principalmente politico, punitivo e avrà conseguenze impreviste quando
sarà applicato alle aziende agricole”.
Per il settore la proposta di
Bruxelles (anche se annacquata) rischiava di equiparare aziende anche
familiari, ponendo le stalle sullo stesso livello degli impianti che
estraggono carbone o producono prodotti chimici.
Di fatto, però, come sottolineato da
Greenpeace “per la prima volta i ministri dell’Ambiente europei hanno preso in
considerazione non solo il numero di animali allevati, ma anche la
loro densità, per distinguere le attività zootecniche intensive da
inserire tra gli impianti industriali inquinanti e quelle estensive, che
invece rimangono fuori”. Centrando, dunque, il cuore del problema (“troppi
animali allevati in aree agricole insufficienti per nutrirli in modo
sostenibile”) la proposta, sottolinea la ong, “lascia fuori dalla direttiva i
grandi allevamenti con meno di 490 mucche da latte, 1.500 maiali o 13.500
polli”. I ministri dell’Ambiente hanno anche chiesto di prevedere la sola registrazione
e non la richiesta di specifici permessi per avviare l’attività.

Il parere della
Commissione Agricoltura e le pressioni
L’ultimo atto pochi giorni
fa. La Commissione Agricoltura del Parlamento europeo ha bocciato a
larghissima maggioranza la proposta della Commissione Ue di includere gli
allevamenti dei bovini. E in molti hanno tirato un sospiro di sollievo.
Almeno per ora. D’altronde, le pressioni non sono mancate neppure in
questa occasione.
In una lettera
indirizzata agli eurodeputati, l’Associazione di organizzazioni produttori
bovini da carne e carne bovina Italia Zootecnica ha chiesto
esplicitamente l’esclusione di questi allevamenti dalla normativa.
E lo ha fatto citando uno
studio dell’Università di Sassari nel quale si utilizzano nuove metriche
per calcolare le emissioni, proposte da un pool di fisici di Oxford.
In pratica, si tiene conto non solo delle emissioni, ma anche della differenza
di permanenza in atmosfera: “Il metano dopo 50 anni è praticamente
sparito – scrivono – mentre l’anidride carbonica (quella delle
industrie, ndr) resta in atmosfera per oltre mille anni”. E così, dopo il voto,
diverse le reazioni positive. “Condividiamo pienamente l’obiettivo
dell’esecutivo Ue di ridurre i gas serra e l’inquinamento – ha detto Paolo
De Castro, relatore per il Gruppo S&D in Comagri – ma gli obblighi di
sottomettersi a un regime di autorizzazioni e a implementare pratiche
produttive sempre più stringenti derivanti da questa proposta, rischiano di
mettere a repentaglio la sostenibilità dei nostri allevamenti,
soprattutto quelli di minori dimensioni”. Filiera Italia sostiene che
sia un bene “il ritorno allo status quo” e che sia “giusto lasciare
fuori i bovini”, ha commentato il consigliere delegato Luigi Scordamaglia.
Per il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, la decisione della
Commissione Agricoltura “salva un settore cardine del Made in Italy e va
incontro alle richieste della Coldiretti, che per prima aveva denunciato l’assurdità
scientifica di paragonare le stalle alle fabbriche

Il nodo delle
sostanze inquinanti. Pochi gli allevamenti monitorati
Ma la direttiva monitora e
regola l’inquinamento dovuto a diverse sostanze: oltre a metano, anche ossido
di azoto, mercurio, anidride carbonica e ammoniaca.
“L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che
l’agricoltura europea sia responsabile del 56% delle emissioni di metano e
del 94% di quelle di ammoniaca, in gran parte imputabili alla zootecnia”
ribatte Federica Ferrario, ricordando che “le emissioni di ammoniaca e
di ossidi di azoto provenienti dagli allevamenti intensivi, concorrono
alla formazione del particolato fine (PM) che si stima causi più di 300mila
morti premature all’anno in Europa”.
Ad oggi, però, meno dell’8%
delle emissioni italiane di ammoniaca derivanti dalla zootecnia è registrato
nell’E-PRTR, il registro europeo emissioni e trasferimenti delle sostanze
inquinanti.
Questi allevamenti, tra
l’altro, ricevono anche fondi pubblici. Ma sono meno di mille
quelli che rientrano nel campo di applicazione della direttiva, su
circa 213mila presenti sul territorio nazionale a dicembre 2020.
“La revisione della direttiva
non vuole distruggere il settore, ma vuole regolamentarlo” dice
ancora Federica Ferrario.
Per ora, però, i bovini
restano fuori. Mancano, però, diversi step per l’approvazione definitiva: a
fine maggio è atteso il voto della Commissione Ambiente del Parlamento Europeo
e poi ci sarà quello in plenaria, prima che i negoziati tra Parlamento
Ue, governi nazionali e Commissione europea arrivino a un compromesso finale.
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